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odo  Baggins......



Politicamente scorretto, non amo la pace a tutti i costi ma odio la guerra a tutti i costi. Normalmente potrei definirmi un "non allineato", forse solo uno che non ci sta.... 









Spazioattivo è un Blog Identitario  

        
www.identitario.org

Siamo uomini e donne legati da vincoli di cameratismo, che ispirano il proprio impegno culturale, sociale e politico a valori e princìpi identitari, comunitari e sociali. Uniti nella quotidiana lotta per l’affermazione di una visione del mondo basata sullo spirito e sui princìpi immutabili della Tradizione contro tutto ciò che è omologazione, economicismo e sradicamento.

Siamo una comunità composta da militanti: persone che incarnano giorno per giorno il loro credo attraverso un preciso stile di vita basato sul pensiero e sull’azione.
Siamo un’avanguardia che mira al risveglio degli spiriti, delle coscienze e delle intelligenze intorpidite e imbrigliate dal controllo globale esercitato subdolamente con la televisione, con le droghe, con la distruzione delle identità e delle specificità.
Siamo realtà radicate all’interno del territorio e nel tessuto sociale, un avamposto di resistenza, di libertà e contrattacco nei confronti della massificazione e dello sfruttamento, portati avanti dalle oligarchie planetarie del denaro.

Siamo Identitari!



























"Non tutto quello che è oro brilla, nè gli erranti son perduti;
il vecchio che è forte non s'aggrinza,
le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l'ombra spigionerà una scintilla;
nuova sarà la lama ora rotta e re quei ch'è senza corona
".
J.R.R. TOLKIEN







 











Chiedo scusa alla favola antica
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende,
regala.

(Gianni Rodari)









 










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  • Contro il socialismo e comunismo
  • Contro il capitalismo liberista
  • Per una economia sociale di mercato
















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23 giugno 2009

Hanno vinto tutti.....

Come al solito hanno vinto tutti. Facciamoci  due conti:

Province:

Il cento sinistra aveva 50 province e ora 28.

PDL+ Lega ne avevano 9 e ora ne hanno 34, comprese le tre nuove.

 

Comuni sopra 15.000 abitanti:

Il centrosinistra ne aveva 167 e ora ne ha 124.

PDL + Lega  ne avevano 46 e ora ne hanno 83.

 




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18 giugno 2009

Boicottiamo il Referendum

Personalmente rifiuterò le schede per il Referendum . Ritengo che il nostro sistema elettorale sia una vera porcata ma quello che andrebbe a sostituirlo, per dirla con Marcello Veneziani, una "vaccata".

Pubblico una interessante analisi di Gabriele Adinolfi dal suo sito www.noreporter.org:

"Il 21 e 22 giugno si va a votare per il referendum sulla riforma elettorale. Come di consueto vanno al seggio praticamente soltanto i tifosi della riforma e tutto si gioca non sull'esito della votazione ma sul quorum il cui raggiungimento, chi le è contrario ha l'abitudine di boicottare.

La scelta quindi è tra il voto favorevole alla riforma e il non voto.

L'unica scelta che ha un senso nello specifico è quella del non voto.

E, se mai doveste andare alle urne per il secondo turno delle amministrative, ricordatevi di rifiutare la scheda referendaria e di assicurarvi che non siate state computati tra gli elettori.

Astensione, perché? Perché se questa riforma passasse comporterebbe tre risultati liberticidi. Li elenco.

Primo: l'attribuzione del premio di maggioranza al partito più votato invece che alla coalizione vincente resusciterebbe il bipartitismo, che in Italia non ha mai davvero preso, sostituendolo al bipolarismo imperfetto che c'è oggi e spezzerebbe così ogni dinamica minoritaria sia al di fuori che all'interno degli schieramenti.

Secondo: l'eccessivo potere concesso a un solo partito permetterebbe a chi ha residui di cultura stalinista d'instaurare una vera e propria dittatura silurando da ogni luogo della politica, dell'amministrazione e dell'informazione chi non esegue gli ordini del soviet. Chi avesse qualche perplessità si vada a vedere quello che ha combinato l'attuale classe dirigente di Rifondazione con i suoi avversari interni dopo la vittoria al congresso del 2008. Il successo di un partito di formazione staliniana riporterebbe l'Italia a scenari da incubo. Se questa cultura è palese in partiti minoritari, quali Rifondazione e Italia dei Valori, c'è, criptica ma solida, anche all'interno del Pd. Il pericolo è chiaro.

Terzo: la contesa referendaria viene anche vista dai Proci come un'occasione per creare dissapori e conflitti tra premier e Lega cercando, così, di creare le condizioni per il governissimo di unità nazionale richiesto a gran voce dalla City e da Bankitalia, i grandi congiurati contro la Nazione. Non è un caso che a sospingere il Sì al referendum sia Gianfranco Fini, che non si sa se definire lacché della City e vassallo di Draghi o lacché di Draghi e vassallo della City. Se ci fosse anche solo l'ombra del dubbio a fugarla ci pensa la posizione di Fini: sappiamo per esperienza che, a meno di voler diventare cittadini britannici, il modo migliore per non sbagliare è quella di scegliere l'opposto di quest'uomo."




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16 giugno 2009

Francesco Cecchin, presente!

 

...E Francesco che è volato sull'asfalto di un cortile con le chiavi strette in mano, strano modo di morire!!!...  (Mancinelli, Generazione 78)

Il 16 giugno di trenta anni fa moriva il camerata Francesco Cecchin, 17  anni, ucciso da militanti democratici antifascisti.

Così lo ricordano i suoi camerati del "Trieste-Salario": 

“Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi "attivisti" comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I.-F.d.G. di viale Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo della normale attività del "Fronte" condite con minacce varie ed atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un'automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda.
La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell'azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti del PCI, capeggiati da Sante Moretti che, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad intervenire, si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: "...vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia..."; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: "TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE MALE!".
La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all'edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall'auto scende un uomo che urla all'indirizzo di Francesco: "... E' lui, è lui, prendetelo!". Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l'aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all'imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: "Francesco, Francesco!"; le sue grida vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana
velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette. 
A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell'ordine, si assiste invece all'affrettarsi di tutti a liquidare l'accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, "impaurito", avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario Dott. Scalì.     
Apparendo questa versione sospetta, mentre alcuni militanti del F.d.G. vegliano Francesco in coma, altri cominciano a fare indagini private, che portano a scoperte molto interessanti: innanzi tutto si viene a sapere che Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il suo cortile, in quanto ci abita un suo amico; inoltre risulta strano che il corpo sia stato trovato in posizione supina, anziché  riversa, tipica di chi si lancia, e senza fratture agli arti, inevitabili quando si effettua un salto volontario da una simile altezza. L'ipotesi che Francesco sia stato gettato di peso viene inoltre avvalorata da altri due particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell'impatto al suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più vicina al muro rispetto ai piedi.
La chiave piegata tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell'altra
sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco, già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi pensa di lanciarsi oltre un ostacolo cerca infatti di avere le mani libere.
Che prima di questo tragico epilogo ci sia stata una colluttazione è dimostrato
dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco, sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini. Anche le ferite riscontrate su tutto il corpo confermano la tesi dell'aggressione, essendo queste di natura traumatica e riconducibili a colpi ben assestati da persone esperte. A rendere inconfutabili queste tesi altri due importanti elementi: le tracce di sangue riscontrate sul pavimento del cortile lunghe alcuni metri fino al bordo del muretto e la dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano di avere udito: "LE GRIDA DI UN RAGAZZO, POI ALCUNI ATTIMI DI SILENZIO... E INFINE UN FORTE TONFO NON ACCOMPAGNATO DA ALCUN GRIDO". Risulta difficile credere che una persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro alto cinque metri senza emettere neanche il minimo suono vocale. Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore.
Le indagini infine partirono ma tardi e male. Stefano Marozza, militante del PCI e
proprietario della famigerata 850 bianca, fu arrestato. Disse di essere andato a vedere un film al cinema ma gli inquirenti verificarono che, quella sera, il cinema indicato da Marozza era chiuso per turno di riposo. Ciò nonostante la potente macchina di copertura del PCI si mise in moto e mentre le indagini proseguivano a rilento e non ci si preoccupava di verificare chi poteva essere insieme al Marozza, questi venne fornito di un nuovo alibi, questa volta perfetto; ogni prova ed ogni riscontro venne fatto sparire.
Anni dopo il giudice, scrivendo la sentenza, dovrà dichiarare che se egli non era in grado
di condannare l'imputato, se non era stato possibile fare piena luce sull'omicidio Cecchin, questo doveva essere ascritto ai ritardi nelle indagini di quei giorni, al modo di procedere degli investigatori, al punto che il magistrato ipotizza possibili procedimenti nei confronti degli organi di Pubblica Sicurezza.

 

Ma noi non abbiamo mai perso la speranza che sia fatta finalmente giustizia. L'importante è non dimenticare. Mai.”
 
 
 
 




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8 giugno 2009

Come volevasi dimostrare.... (parte finale)

E' andata peggio di quello che prevedevo, il 3% in tre, un punto sotto il quorum.

Non c'è più tempo a destra. E' finito il tempo dei protagonismi, il tempo degli egoismi, il tempo delle divisioni. Una intera aea che vale molto più di quello che dicono i numeri, umiliata per il senso di protagonismo e di leaderismo dei loro capi. Ora basta! o si fa l'unità di area con una asseblea costituente, dove tutti possano contribuire a formarla o i tempi sono giunti al termine ultimo.

Storace, Romagnoli, Fiore, Iannone, chiuque possa dire qualcosa di sensato si metta insieme a costituire un movimento sociale, nazionale ed identitario. E' il nostro popolo che lo chiede: non potete sottrarvi.

 




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5 giugno 2009

Così si uccide.....

Hanno versato cinque litri di benzina sulla soglia di Casapound Bologna, questo alle quattro e tre quarti di mattina; si erano intrufolati dai vicini giardinetti, dopo aver troncato le due reti di ricenzione dei vicini di casa. Sono rimasti in appostamento a lungo perché Alex Vigliani, il dirigente di CPI-Bologna, era al computer con la luce accesa e volevano prenderlo nel sonno. Quando ha raggiunto Giorgia, la sua donna incinta, nella stanza vicina, gli eroi hanno pensato di attendere che si addormentasse per completare con successo l'azione omicida. Hanno atteso una ventina di minuti e poi hanno dato fuoco alla tanica. Alex però non dormiva ancora, si è reso subito conto dell'incendio appiccato alla porta ed è intervenuto. Memore della strage che costò la vita ai fratelli Mattei, rei contro il cielo per essere proletari fascisti, ha avuto la prontezza di spirito di non aprire la porta, cosa che, come a Primavalle, avrebbe fatto divampare l'incendio e ha invece provato a spegnere il focolaio versando acqua da dentro a fuori da sotto lo stipite, ignaro della quantità di benzina che stava per ardere. Visto che non riusciva a spegnerlo, si è avviato al balconcino da cui ha fatto uscire Giorgia ed è uscito quindi lui. La tanica di benzina è quasi subito esplosa. Il fuoco ha distrutto legno e plexigas provocando esalazioni di fumo che avrebbero certamente ucciso per asfissia la coppia e il bambino nel grembo di lei se solo Alex si fosse addormentato.
Questo è quanto è accaduto a Bologna, il punto apicale, per ora, di un crescendo d'idiozia criminale.

Potremmo

Potremmo tranquillamente perderci in una retorica che non risulterebbe infondata. Potremmo evidenziare il fatto che gli incendiari notturni hanno dei precisi modelli tra cui spicca quel Lollo impunito per la più schifosa strage degli anni Settanta. Potremmo rammentare che uccidere un bambino in grembo è stata cosa frequente durante le ardite stragi partigiane, e che ordinare di uccidere quello di Luisa Ferida non impedì a Sandro Pertini di diventare addirittura Presidente di questa Repubblica. Potremmo sciorinare il rosario della vigliaccheria degli assassinii partigiani e neopartigiani e, prima ancora, canaglieschi consumati dal 1919 al 1922. Anzi fino al 1925 perché i sicari continuarono fino ad allora nella piena impunità. Potremmo dire che odio e vigliaccheria, assassinio e strage sono elementi inscindibili dell'anima comunista.
Potremmo, ed avremmo molti più elementi a suffragio di questa tesi di quelli che hanno i sobillatori dell'antifascismo, i demonizzatori del “nero”.
Potremmo. Ma siamo di un altro avviso, forse, direbbe De André, di un'altra razza.
E ricordiamo. Ricordiamo combattenti di un altro tipo. Nella guerra civile spagnola, come negli anni Settanta. Ci sono stati comunisti dignitosi, coraggiosi, rispettosi e guerrieri. Non sono tutti come queste escrescenze di rampolli della borghesia viziata.

Vogliamo

Tuttavia ci sono individui così e collettivi così.
Perdono ogni giorno velocità, credito e peso. L'antifascismo dell'odio e nell'odio, l'antifascismo come teologia che distoglie dai problemi reali, funziona sempre di meno. Gli antifa sono ogni giorno più emarginati a sinistra, meno seguiti, meno accettati. Ciechi, sordi, stupidi, paleolitici e devianti, non hanno che scarsissimo seguito. Ma meno hanno seguito più s'incattiviscono, più s'incattiviscono e più provano a delinquere.
Chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale e di obiettività deve riconoscere ai fascisti di oggi di essere riusciti, almeno fino ad ora, a impedire che il giochino dell'azione-reazione portasse allo scontro frontale e alla riproposizione degli anni di piombo.
Due attentati ai Cutty Sark, la totale devastazione di Cuore Nero, le tentate aggressioni, le provocazioni, le minacce di morte, hanno sempre sortito come unica risposta la festa e la politica. Ed è accaduto tutto ciò – è bene che si sappia e che si ricordi – quando i rapporti di forza sia in piazza sia in politica erano, come sono, del tutto favorevoli ai fascisti.
E se per gioco ci volessimo attenere ai teoremi patologici degli antifa dovremmo dire che questo è accaduto e accade in un momento in cui le istituzioni sarebbero conniventi, di copertura...
Mai, in nessun caso, i fascisti hanno reagito colpendo, pur avendo la motivazione e la forza per farlo. Questo è bene che si ricordi e, soprattutto, che non si cerchi di negarlo, nasconderlo o sminuirlo. Di più, di meglio, francamente ai fascisti non si può chiedere per evitare una riedizione di anni sanguinosi.

E voi?

E' a sinistra che si deve – e sottolineo si deve – intervenire e con prontezza. Non basta delegittimare gli idioti sanguinari. Perché nella sinistra “antagonista” in tutta Italia ci sono cinque o seimila tra simpatizzanti e attivisti tuttora prede di discorsi dementi.
E ci sono ancora, appollaiati nei posti istituzionali (magistratura, giornali, scuole) almeno venticinquemila cariatidi sovietiche ammalate di pregiudizi odiosi, invischiate in complicità velenose e colme di mala fede.
Tutto questo, pur sommato, politicamente fa quasi nulla. Ma è un humus sufficiente: basta che una trentina di individui si mettano ad esagerare perché le cose trascendano sul serio. E non si può attendere il primo morto per porsi il problema.
Non si può far finta di niente, il passato, remoto per alcuni ma ancor fresco per molti di quelli che a sinistra contano, c'insegna come si scatenano le guerre civili. Ognuno deve – e ribadisco deve – prendere chiaramente posizione. Se vuole evitare di far scannare tra loro dei giovanissimi per la maggior gloria e il più gonfio portafoglio di qualche fallito che fa il politicante non può limitarsi a prendere le distanze con diversi gradi di omertà. Ha l'obbligo di fare contropropaganda, di ridicolizzare e non alimentare in alcun modo la demenza antifa (che, ribadisco, non significa l'essere antifascisti ma il predicare la teologia dogmatica e mortifera di un satanismo su misura provocando odio e giustificazione dell'omicidio).
La palla, signori e compagni, sta a voi. Noi, che continueremo a festeggiare e a fare politica anche stavolta, di più non possiamo davvero. Vediamo ora quello che sapete fare. E se non lo fate, e in fretta, non veniteci poi a fare la morale perché è nella reticenza, nella connivenza passiva e senza alcun coinvolgimento diretto, è nel laisser faire che si è veramente assassini, molto di più che premendo un grilletto o consumando una strage vigliacca.


Gabriele Adinolfi
www.noreporter.org
 




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30 maggio 2009

L'Aquila bella me....




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27 maggio 2009

Come volevasi dimostrare....


  

Nonostante gli appelli fatti, nonostante l'intero popolo di Facebook che si riconosce nell'area identitaria l'avesse auspicato, nonostante tutti i blog l'avessero chiesto a gran voce, nonostante tutto, hanno prevalso le logiche di partito e di parte e alle elezioni europee l'area sociale della Destra va in ordine sciolto.
La Destra di Storace con i rimasugli democristiani, Fiamma e Forza Nuova soli soletti e tutto indica che nessuno raggiungerà la soglia del 4% necessaria ad entrare nel Parlamento di Strasburgo.
Eppure sarebbe stato un bel segnale, avere una lista di Destra sociale che raccogliesse tutto l'antagonismo possibile, capace, questa volta si, di raggiungere lo sbarramento e di rappresentare in Europa la sacrosanta esigenza di chi la vorrebbe dei popoli e non dei banchieri.
Come volevasi dimostrare, neppure questa volta ci siamo riusciti e alla fine conteremo il 3% di Storace, l'1% di Romagnoli e lo 0 virgola di Forza Nuova.
Di chi la colpa? l'ho chiesto a Francesco Storace e lui mia ha risposto che gli altri non hanno voluto starci e non ho bisogno di prove ulteriori per credergli, ma alla fine, la situazione è questa qui. Un'altra occasione persa, forse l'ultima praticabile prima che il "pensiero unico" debole si impossessi delle coscienze dell'intera nazione e ci lasci nella mani di Berlusconi e Franceschini.




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23 maggio 2009

In memoria di Giovanni Falcone




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23 maggio 2009

Ju tarramutu... de noi aquilani

 
Pe fermamme, ju tarramutu, me tà ccjie
Kjù fa ju strunzu , kjù 'ndsosto
Se solo sapesse come se smorza ji farria vedè.
Tengo solo trovà addò cazzo hanno missu ju bottò
Se me la spalla la casa, la refaccio. Pure senza sordi, co lle sputazze, ma la refaccio
Anzi me ne faccio una bassa e co le tavole cuscì vojo vedè proprio come se mette
Tengo solo la paura che me frega.
Perché non è che se la pija solo co mmi
Se la pija co tutti quji che trova. Piccoli e rossi. Pure co ji vecchi che ggià non ne poteano kjù.
Quji ggià steano stracchi. E non va bbona. No je ne te kjù de tribbolà.
Ha cciso na frega de quatrani che non c'entreano na mazza. Che manco erano aquilani, ma ja ccisi uguale
A che servea tutta ssa carneficina lo sa solo jissu
Po te ta vedè tutta ssa ggente che te guarda e pare che te jice:" ma coma cazzo le sete fatte sse case? Nojiatri le tenemo antisimiche".
Pure pe tilivisiò te llo icono.
Antisimiche ju cazzu che vve frega!
So kjù de trecento anni che non se sentea manco na scettacata e mo me vengono a ddi che lo sapeano tutti.
Ma che sapeate? Chi ve ll'era ittu? Che teneamo fa?
Ji bunker?
Po me vengono a raccontà che :"Era una scossa di media intensità, 6,3 della scala Richter. Non sarebbero dovute cadere tutte quelle abitazioni! E' indice di poca attenzione alle regole".
Ma dico ji:" Ma addò ju teneate ssu' misuratore de tarramuti, appiccato co ji prusciutti! Ma se ss'è aperta la terra che appocatro se 'gnotte tutto"
Pe piacere!
Onna l'ha spianata sana sana e Monticchiu, che sta cinquecento metri e che tè le case pure più vecchie sta loco che manco se ne so accorti!
A mi me ss'è aperto ju cascittu deju bagnu addò tengo ji ferri pe tajamme l'ogna e j sso retroati dentro aju lavandino.
E ju cascittu era quiju bassu.
Me ll'ha revodecata tutta la casa.
A cognatemo, che sta a San Demetrio, no ji se so cascate manco le fotografie sopra aju commò e a Villa Sant'Angelo che sta loco attraverso ha fatto ne frega de morti.
E' come tutte le cose: a chi tanto e a chi gnente
Però è chiara na cosa sola: che non ci capite una beata mazza.
Ssi strumenti che tenete addopreteje pe facci quacche atra cosa,. Atru che "sabbia nelle costruzioni". Ha fatto na sorte de botta che appocatro se cascano le stelle no de "media intensità".
L'intensità, a certe parti, ci stea tutta quanta.
Ma se sse so cascati pure gji alberi.
Stu ggiru è toccato a nojatri ma non è che potete sta tanto pricisi manco vojatri.
Allora mò se semo mbarati. Semo diventati tutti "esperti in terremotologia applicata".
Applicata perché so' tre mesi che ropp'ju cazzu tutti i jorni e semo fatta pure la classificaziò deju tipu delle scosse.
Atru che Mercalli e Richter!!!!
Mo ve la jico: ju tarramutu se reconosce pe quantu trojajo fa
1. Essiju
2. Bottarella
3. Bella botta
4. Sileppa
5. Slenghera
6. Saraga
7. Petenga
8. °ngulallazia
E quando le sete passate tutte come nojatri ve potete presentà a fa ji esperti
..... media intensità! Ma jeteaffangulo




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19 maggio 2009

Un gioco divertente

Su un sito europeo c'è un bel giochino con il quale, attraverso una serie (veloce)  di domande ci da il posizionamento rispetto ai partiti in campo.
Io l'ho fatto ed ecco i miei risultati:




Ebbene si, sono vicino alla vera "Destra" e lontano dalla patacca PDL! Non ci voleva il giochino, ma visto che ci sta, provatelo a fare anche Voi.






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19 maggio 2009

Definizione di consumismo

 "Oltre alla produzione forzata del bisogno, ben oltre i limiti della sua rigenerazione fisiologica, il consumismo utilizza strategie, come ad esempio la moda, per opporsi alla resistenza dei prodotti, in modo da rendere ciò che è "materialmente" utilizzabile, "socialmente" inutilizzabile, e perciò bisognoso di essere sostituito".

Umberto Galimberti




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9 maggio 2009

Elezioni europee

Quello che normalmente si sente dire in questi giorni è che le elezioni europee rivestano esclusivamente un ruolo di sondaggio, un test sulle forze in campo e sul "gradimento"del premier.
Io non la penso così: credo che mai come oggi l'Europa rivesta un ruolo imporatante nella definizione della sovranità popolare dei singoli stati. In particolare il Trattato di Lisbona, che il nostro, come altri, Parlamento si è affrettato ad approvare nel più assoluto silenzio e con unanimità "bulgara". L'Irlanda che lo ha invece sottoposto al giudizio popolare, lo ha respinto con ampia maggioranza.
Altre battaglie di dimensione europea che vale la pena ricordare è quella sulla privatizzazione dell'acqua. Ad oggi, in Europa e in Italia, si sono formati e radicati enormi gruppi d’interesse e multinazionali che sembrano non frenare la propria fame di conquista del settore economico in questione.
E' necessario quindi inviduare, tra le liste che competono al ludo cartaceo del prossimo giugno, chi sia in grado di garantire trasparenza su questi e sugli altri temi di rilevanza identitaria.
Sicuramente non il PD e neanche i neo-centristi del PDL, per non parlare della galassia dell'estrema sinistra.
Occorre dunque rivolgersi alle forze identitarie e in particolare alla Destra di Francesco Storace, l'unica forza in grado di superare il quorum e di poter rappresentare queste esigenze a livello europeo.Finito il ricatto del voto utile alla governabilità, occorre ora pensare al voto utile per il nostro futuro, finirla con le unanimità contro i cittadini e la sovranità nazionale, e identificare chi finalmente sia in grado di battersi per Valori e progetti veri.
Questa la grande sfida che ci aspetta nei prossimi mesi.

 




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5 maggio 2009

5 maggio: Onore a Bobby Sands

 

 "Ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l'Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente".




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5 maggio 2009

Veronica e Silvio

 


Oggettivamente, ma che cavolo ce ne frega? Possibile che tutta la vulgata massmediatica di questo Paese sia interessata alle vicende private del presidente del consiglio e della sua (ex) bellissima moglie?
Un Paese che ha mille problemi, dalla crisi finanziaria (che avrebbe tutta la nostra simpatia se non si ripercuotesse sul destino di miloni di lavoratori) al terremoto che ha lasciato migliaia di miei concittadini senza una casa, non può ripiegarsi nel gossip pruriginoso su una storia privata di cui non ce ne importa un beneamato cazzo.
Eppure è così. Le prime pagine dei giornali nazionali dedicano fiumi di inchiostro a questa vicenda.
Forse non viviamo in un Paese normale, forse siamo ancora figli di un dio minore. Forse è del tutto inutile battersi, credere, impegnarsi, scrivere.... Un Paese che ha bisogno del pettegolezzo per sentirsi vivo merita la classe politica che ha, merita la classe imprenditoriale che ha, merita la televisione che ha, merita i giornali che ha, merita tutto quello che ha.......




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29 aprile 2009

Come eravamo (davvero)

 
Come eravamo (davvero)

Scritto da Marcello de Angelis,

 

 

Il diritto di raccontarsi

Tra gli epiteti maggiormente e volutamente insultanti che il pensiero dominante ci ha voluto assegnare in un passato che - almeno noi - auspichiamo passato per sempre, c’era quello di “nostalgici”. Non che la nostalgia sia un brutto sentimento; si ha nostalgia per le cose belle e, più si allontanano nel tempo, più i ricordi si abbelliscono e si ha spesso nostalgia di quello che si era piuttosto che di ciò che si è vissuto.
Così oggi potremmo anche essere nostalgici di come eravamo trent’anni fa, perché tutti hanno nostalgia dei propri vent’anni.
Non potevamo invece essere nostalgici di ciò che, essendo nati così lontano dal governo di Mussolini, non potevamo aver vissuto e - avendo iniziato la nostra militanza appena avuto accesso alle scuole secondarie - non avevamo nemmeno ancora letto nei libri.

Eppure anche l’ultimo cronista avrebbe giurato che noi eravamo - malgrado i nostri quattordici anni - essenzialmente quello: i “nostalgici del regime”. Quanto la cosa fosse idiota oggi appare evidente, ma allora non era così. Perché se è vero - ed è vero - che oggi il settanta per cento dei nostri colleghi giornalisti hanno una forma mentis di sinistra e spesso una passata militanza nella sinistra estrema, è altrettanto tragicamente vero che allora erano militanti effettivi e forse rappresentavano ben più del settanta per cento della categoria.

Vil razza dannata

Se non eravamo compromessi noi, comunque, si dava per scontato che lo fossero i nostri genitori, o almeno i nostri nonni o altri parenti. Il Msi era in fin dei conti il ridotto degli ex della Rsi e ne rievocava anche la sigla… La teoria aveva anche un fondamento statistico: essendo stati i volontari della Repubblica sociale all’incirca un milione, la possibilità che qualche nostro parente fosse tra loro era quasi scontato. Ma lo stesso valeva per buona parte degli italiani, ovunque fossero schierati. La teoria della discendenza di sangue però, aveva un appeal particolare per molti giornalisti militanti, perché giustificava ancor più la nostra identificazione con una vera e propria “razza dannata” da estinguere per salvare l’umanità. Eravamo un po’ come i vampiri, che si trasmettevano di generazione in generazione il sangue cattivo, sconfitto ma non vinto.

Il fascismo, per loro, non era un dato storico, ma antropologico e metafisico. Si trattava di un elemento maligno insito nella natura umana, il lato oscuro che covava in ognuno di noi e contro il quale la vigilanza non poteva mai cessare. Quindi, non essendo un dato storicizzabile, fascista era chi decidevano loro, così come sono gli psichiatri a determinare se qualcuno è affetto da una patologia e il semplice negare di esserne affetto (“io non sono matto!”) è conferma della malattia.
C’era una teoria quasi cosmogonica di questo assoluto fascismo che cospirava contro le forze del Bene, raccogliendo in un’alleanza tutte le forze del Male. Di questa alleanza noi eravamo solo la propaggine ultima, la più visibile e quindi più facile da colpire. Dietro di noi c’era la grande intesa tra Padroni, Clero, Mafia, Banche, Esercito, Magistratura, Servizi segreti nazionali, la Cia e più o meno tutta la malavita organizzata.

Una teoria demenziale che, non a caso, si riaffaccia oggi che la sinistra ha perso il potere e si trova in una crisi irreversibile.
Tutto era concesso contro di noi, perché noi eravamo collusi con tutti i potenti, finanziati, tutelati, protetti e apparentemente incolpevoli solo perché coperti e impuniti.
La realtà storica, com’è logico, dimostrò il contrario, anche se nessuno ha mai dato spazio ad approfondimeni adeguati sui rapporti intercorsi tra terrorismo rosso e vari servizi segreti, sui fondi neri e i finanziamenti occulti, mentre sulla connivenza di ampi settori della magistratura e della polizia con gli estremisti di sinistra ormai è stata fatta chiarezza. Troppi processi sono stati sbrigativamente conclusi per evitare che s’indagasse oltre.

Ci pesava particolarmente questo racconto vile sulla nostra presunta scelta di stare coi forti contro i deboli. Era ciò che noi ritenevamo più lontano dalla nostra scelta di vita. Quella che ci aveva portato a schierarci sempre coi pochi contro i molti e quasi sempre con gli sconfitti e i perseguitati. Stavamo coi sudisti perché i nordisti avevano vinto e stavamo con gli indiani, spiritualisti ingenui, truffati e sterminati dalla macchina senz’anima dell’espansione yankee. Ammiravamo Napoleone esule a Sant’Elena ma vibravamo per Chouan e Vandeani che resistevano nei boschi contro l’esercito giacobino. Eravamo con gli spartani alle Termopili, coi texani a Fort Alamo e con la Folgore a El Alamein e con i piloti suicidi giapponesi. Leggevamo Mishima e celebravamo la nobiltà della sconfitta. Non stavamo col regime franchista, ma con i giovani poeti falangisti fucilati con José Antonio Primo de Rivera dai repubblicani trionfanti a Madrid. Persino la nostra adesione all’Impero romano vacillava dinanzi alla eroica e vana resistenza di Vercingetorige e al massacro dei Germani a Treviri. Molti erano scettici sulle guerre coloniali del Duce, ma non era possibile non vibrare per i nostri coetanei che avevano scelto di “andare in Repubblica” a guerra perduta, per difendere l’onore d’Italia.
 
E già allora c’era chi diceva che anche i giovanissimi che si erano fatti partigiani, convinti di dover liberare l’Italia da un esercito straniero, andavano rispettati. Leggevamo le lettere dei condannati a morte di ambo le parti e ci piaceva trovare gli stessi toni e spesso le stesse parole, perché «gli eroi son tutti giovani e belli». Ovviamente non avveniva lo stesso dall’altra parte.
A noi piaceva sempre l’ultimo ridotto e non cercavamo il consenso delle folle, figurarsi dei potenti. Questo eravamo e non il suo contrario. E questo ci ha portato senz’altro a fare anche scelte sbagliate. Possiamo solo giustificarci dicendo che eravamo molto giovani, anche se persino questo aspetto è stato cancellato dai racconti che ci riguardano.

L’adolescenza negata
Anche noi eravamo giovani, invece, anzi giovanissimi. Anche noi eravamo creativi e trasgressivi, persino autoironici. Avevamo i nostri fumetti - nei quali ci prendevamo in giro da soli per i nostri vizi e i nostri vezzi. ritraendoci addirittura come “topi di fogna” - e le nostre canzoni, che non avevano strepiti di trombe e rulli di tamburi, ma normalissime chitarre, magari elettriche. Cominciammo a scriverle non perché avevamo ambizioni artistiche, ma semplicemente perché nessun altro cantava le nostre esperienze e la nostra lotta: e allora decidemmo di farlo da soli, con tutti i limiti e i sogni della nostra età. Anche se a noi l’adolescenza veniva negata. Quando i quotidiani raccontavano - invertendo quasi sempre i fatti - c’erano i “ragazzi democratici” o “antifascisti” o “di sinistra” e i “picchiatori fascisti”. Così come ancora oggi ci sono “i ragazzi dei centri sociali” o “antifascisti” e gli “estremisti” o “attivisti” o almeno “militanti di destra”, ma giovani mai. Gli altri sono sempre ragazzi, anche se hanno quarant’anni. Noi sempre una categoria astratta, possibilmente ruvida, se non aggressiva. Senza volto, comunque, e senza età.

Quando alla fine degli anni Settanta, subito prima che fossimo spazzati via da procedimenti giudiziari basati all’ottanta per cento proprio sugli articoli dei quotidiani e sulle schedature fatte dai giornali militanti di sinistra, qualche cronista aveva “scoperto” la nostra normalità e così la rappresentava: «Hanno i capelli lunghi, parlano e si vestono come i loro coetanei di sinistra e ascoltano la stessa musica…». Ma era, rivelava lo stesso autore, per «mimetizzarsi e meglio colpire i loro avversari», ovviamente. Troppo difficile accettare l’idea che fossimo anche noi, semplicemente, ragazzi e ragazze.

Forse anche al giorno d’oggi i tempi non ci concedono di dire cosa e come fossimo veramente, o quanto meno dirlo aspettandoci che la maggioranza ancora egemone dell’informazione lo accetti. Ma se non lo diciamo adesso, quando potremo dirlo?
Perché non è questione di scrivere libri di memorie o trattati storici post-ideologici - o peggio ancora di stendere autobiografie di dubbia obiettività - bensì di osare dire, senza retorica e indifferenti del profitto o della perdita politica, come fossimo davvero, per capire come siamo arrivati sin qui.
Credo che ormai - aldilà degli ancora troppi pennocrati in malafede - sia evidente a tutti che senza il Fascismo saremmo stati uguali. Se ci fossero stati gli arditi e poi i volontari di Fiume e i futuristi, noi saremmo stati come siamo stati, anche senza il Ventennio. Avremmo inteso il “menefrego” alla maniera degli arditi e gridato “boiachimolla” come i seguaci di d’Annunzio e non avremmo esitato a ripetere che «la parola Italia deve dominare sulla parola libertà» come faceva Marinetti.
Ma è ancora più vero che quando ci siamo gettati nella politica non sapevamo nemmeno quello. Non c’erano secchioni tra noi, è vero, ma è altrettanto falso che fossimo - come rappresentato in troppi filmini scadenti finanziati dallo Stato - “nemici dei libri”. Al contrario semmai, forse eravamo addirittura feticisti di alcuni libri, che conservavamo e ci passavamo di mano in mano, con delicatezza e rispetto sacrale, perché, pur adolescenti, eravamo consapevoli di essere custodi e cultori di una cultura destinata allo sterminio e all’estinzione. Leggevamo le poesie di Ezra Pound senza comprenderle appieno, ma già mezzo secolo prima che il Corriere della sera gli dedicasse pagine di lodi e “riscoperte”. Leggevamo Céline e Brasillach quando era inimmaginabile che un qualche quotidiano radical-chic lo regalasse in allegato. Per un libro di Nietzsche finivamo in questura e venivamo denunciati per un rotolo di manifesti con la faccia di Pound. Eravamo noi “il male assoluto”. Lo pensavano tutti ed era per questo che “ucciderci non era reato”.

Potremmo continuare a piangerci addosso per questo per un altro mezzo secolo, recriminare e pretendere le scuse del mondo intero, ma non eravamo fatti così e non lo diventeremo da vecchi. In fin dei conti a noi essere emarginati, calunniati, diffamati e perseguitati ci piaceva. Ci rendeva speciali. Anche se solo oggi possiamo dirci quanto fosse vero che lo eravamo. Perché molti di quelli che oggi (forse anche con grande convinzione) parlano di centrodestra, di valori nazionali, di Patria, allora militavano tra le fila di coloro che volevano che quelle stesse parole fossero bandite dal dizionario della lingua italiana, dicevano “sciovinista” e “patriottardo” e quando non insultavano irridevano.
Mi chiedo quanto siano consapevoli che non potrebbero oggi usare quelle parole se non fosse stato per noi. Noi abbiamo modificato la storia, abbiamo fatto argine alla barbarie e siamo stati insultati per questo, perseguitati e uccisi.

Ci hanno ritratto come bestie rozze e sanguinarie o forse solo ignoranti e stupide, vili e prezzolate, bugiarde e malate.
Forse i Trecento delle Termopili non erano l’élite intellettuale della Grecia, non erano raffinati come gli ateniesi o scaltri come i tebani. Forse erano davvero degli avventurieri che cercavano la gloria nello scontro, pieni della propria potenza fisica e della loro arroganza giovanile. Ma gli ateniesi avrebbero parlato di filosofia in lingua persiana e i mercanti del Pireo avrebbero dimenticato presto l’esistenza delle dracme e ancora prima quella degli dèi dell’Acropoli se quei trecento attaccabrighe non avessero fermato le armate dell’imperatore del mondo.
Chi eravamo? Forse nulla di originale, perché già altri nel corso della storia hanno usato per sé le stessi parole con le quali potremmo precisamente descrivere noi stessi: «eravamo amici… ed eravamo sapienti e colti. Eravamo uniti d’affetto come fratelli. Ci consideravamo tutti intelligenti e ci apprezzavamo vicendevolmente (…) non eravamo uniti da una precisa teorica. Ognuno voleva fare la sua rivoluzione. Una rivoluzione diversa dall’altro… Cosa ci teneva uniti? Forse l’urlo della folla inviperita contro di noi. Eravamo stretti seppur disseminati per tutta l’Italia e ci volevamo bene».
Così si raccontavano i giovani futuristi. Così potremmo raccontarci noi.

Noi, motore del cambiamento

Forse qualcuno accetterà anche questa autorappresentazione, ma obietterà che eravamo una minoranza nella minoranza, che tutti gli altri che stavano dalla nostra parte erano diversi da noi, erano cioè proprio come ci hanno sempre descritto e come ci vorrebbero ancora: chiusi, marginali, pittoreschi quando non grotteschi, primitivi nell’esprimersi e di bassi sentimenti.
Ammesso che fossimo una minoranza vuol dire che eravamo un’élite, perché siamo noi che a distanza di tanti anni continuiamo a rappresentare quel percorso e quella storia, quindi vuol dire che l’elemento caratterizzante eravamo noi.

Noi abbiamo trascinato il gran numero di persone che istintivamente e spesso approssimativamente si collocavano a  destra, quando destra significava fuori da tutto e con tutti contro.
Un giornalista di sinistra specializzato in “cose della destra”, al congresso di fondazione del Pdl cercava di sobillare dei delegati provenienti da An dicendogli che avevano rinunciato alla loro gloriosa storia e ai loro sacri simboli, ai loro riti segreti e alla propria autonomia… Che tristezza, diceva. E intendeva dire: cosa potrò più scrivere su di voi, come potrò dipingervi, raccontare il vostro folklore come un antropologo francese raccontava le danze dei boscimani nel Diciannovesimo secolo, come potrò più scrivere libri per rivelare al mondo le vostre assurde superstizioni e le vostre dottrine occulte? Come potrò presentarvi ai miei amici come i ricchi bostoniani presentavano nei propri salotti trombettisti jazz e ballerine negre se, tutto a un tratto, mi diventate anche voi normali?

Mi è stato allora evidente che anche il tempo della nostalgia per i nostri vent’anni ha fatto il suo tempo. Ora che i nostri morti sono diventati santini per illustrare i libri di improvvisati storici, ora che le nostre intime sofferenze sono carta e inchiostro per case editrici alla moda, ora che le nostre memorie sono diventate merce da dare in pasto ai curiosi. Ora che non passa un giorno che non incontriamo una decina di sedicenti ex militanti che però ai nostri tempi non abbiamo mai visto. Ora che vediamo giovani - per fortuna non tutti, ma comunque troppi - mortificarci con le loro cravatte troppo grandi da sfoggiare ai congressi e la loro corsa alle candidature, pronti a tradirsi l’un l’altro e tradire noi per accelerare la propria carriera.

Camicette nere
L’ultima estate degli anni Settanta, sulla spiaggia, parlavo di politica con mia cugina, militante della gioventù comunista e figlia del più intelligente e brillante giornalista di sinistra. Mi disse che lei - che aveva sei cugini che militavano a destra - in fondo la scelta di un maschio di essere “fascista” la capiva; quello che non poteva capire erano “le donne dei fascisti”. Le chiesi perché, ovviamente. E lei mi rispose che tutti sapevano che i fascisti picchiavano le loro donne… Le chiesi come potesse fare un’affermazione del genere e lei mi rispose che era cosa nota e l’aveva letta su Panorama. Feci presente che lei conosceva tutti noi che eravamo sangue del suo sangue e come poteva pensare che noi facessimo cose del genere? E lei rispose che noi non eravamo come gli altri fascisti, eravamo diversi… Il problema dei pregiudizi e degli stereotipi è che reggono di rado alla prova individuale.

Invece da noi le ragazze c’erano e avevano una caratteristica che le rendeva diverse da tutte le ragazze che facevano politica: non dicevano mai “noi donne”. Come noi non avremmo mai detto “noi giovani”. E questo era fondamentale, perché era una richiesta di essere giudicati per le proprie colpe e i propri meriti e non come soggetto collettivo. Alla faccia delle quote rosa… Nessuna rivendicazione se non il diritto di fare le stesse cose dei maschi e misurarsi sul sacrificio e sull’impegno, senza sconti. Noi dicevamo, di nostre colleghe di allora che lo sono ancora adesso, che erano “brave come un uomo”. Perché il nostro era un mondo di combattenti e quindi maschile e quelle che passavano la selezione avevano vinto ogni confronto. E irridevano le ragazzette che ci si avvicinavano col vestito alla moda o quelle che cercavano di guadagnare la nostra attenzione con l’arte della seduzione.
Per fortuna, dicevo, quelle ex ragazze, sopravvissute eroicamente e tutto e a tutti, ci sono ancora. Forse numericamente inferiori agli algoritmi delle quote di rappresentanza, ma qualitativamente rappresentative del meglio del genere femminile. Più militanti che attrici, più sobrie che esibizioniste e spesso anche mogli e madri.
Ce ne fossero cento di loro, la Nazione avrebbe secoli di gloria assicurati e figli migliori. Perché il domani non appartiene più a noi, ma a loro.

Ai nostri tempi valeva la pena morire; oggi è necessario vivere, per vigilare che il sacrificio non vada perduto. I valori non sono nelle affermazioni gridate, non nelle ostentazioni di simboli e uniformi. Ciò che ha valore si custodisce e si risparmia, perché possano goderne anche quelli che verranno dopo di noi. Non si dissipa la ricchezza per fare bella figura in giro, serve per sostentare una famiglia numerosa che verrà.
Valga anche per la nostra storia. Che appartiene comunque all’Italia, non più soltanto a noi.




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29 aprile 2009

29 aprile in memoria di Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi

 


In memoria di Sergio Ramelli
29 Aprile 1975
Milano
ucciso a sprangate e colpi di chiave inglese sotto casa da 10 militanti di “Avanguardia Operaia”


In memoria di Enrico Pedenovi
29 Aprile 1976
Milano
cciso un anno dopo Ramelli da militanti di “Lotta Continua” aspiranti ad entrare in “Prima Linea” con colpi d’arma da fuoco sotto casa alle 7 del mattino


Primavera a Marzo era entrata, era entrata a Milano,
ne avvertivi il tepore e tra il fumo e il cielo lontano
ne avvertivi la gioia nella ragazza che tu tenevi per mano.
Finalmente l'ultima campana, è finita la scuola
anche per oggi potrai tornare a casa tua per riposare
ma sotto casa, davanti al portone, ti attendeva la morte,
non me immaginavi l'assurda ragione.
Un colpo, due colpi e altri colpi sul capo,
finché non furon certi di averti finito
i loro volti eran coperti dal rosso
come il tuo volto dal sangue che avevi già addosso.
La morte di un tempo aveva la falce,
la morte di oggi ha pure il martello,
lasciò la sua firma su quel muro di calce,
proprio di fronte al tuo cancello.
Per quarantasette giorni una madre
ha sperato e pregato accanto al letto del figlio morente
fino a quando una notte il suo cuore ha ceduto
ma alla gente non importò niente.
Era morto un "Fascista", non valeva la pena
guastarsi l'appetito o rovinarsi una cena.
Era morto un "Fascista", andava in fretta sepolto
avevan paura anche di un morto.
Andava sepolto e dimenticato perchè così vuole
la giustizia del proletariato.
Era morto un "Fascista", andava in fretta sepolto
avevan paura anche di un morto.




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24 aprile 2009

25 aprile




Da “Lettere dei condannati a morte della Repubblica Sociale Italiana”
«…ieri sera dopo che mi è stata comunicata la notizia, mi sono disteso sul letto e ho provato una sensazione che già avevo conosciuto da bambino: ho sentito cioè che il mio spirito si riempiva di forza e si estendeva fino a divenire immenso, come se volesse liberarsi dai vincoli della carne per riconquistare la libertà. Non ho alcun risentimento contro coloro che stanno per uccidermi perché so che non sono che degli strumenti scelti da Dio che ha giudicato sufficiente il ciclo spirituale da me trascorso in questa vita presente. Cara mamma termino la lettera perché il tempo dei condannati a morte è contato fino al secondo. Sono contento della morte che mi è destinata perché è una delle più belle essendo legata a un sacro ideale. Io cado ucciso in questa immensa battaglia per la salvezza dello spirito e della civiltà, ma so che altri continueranno la lotta per la vittoria che la Giustizia non può assegnare che a noi.»

Franco (18 anni)

Da “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”
«Muoio per la mia patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto, accetto con rassegnazione il suo volere… Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia. Raggiungo con cristiana rassegnazione mia mamma che santamente mi educò e mi protesse nei vent’anni della mia vita. L’amavo troppo la mia patria: non la tradite e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia… i martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà.»

Giancarlo (20 anni)




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23 aprile 2009

L'Aquila, G8 e Berlusconi (passando per i Templari)

Il G8 a L'Aquila. Sinceramente non so a cosa pensare. Non ho simpatia per questo governo: ne vorrei uno veramente di destra capace di coniugare socialità, solidarietà e Valori. Ma questo è quello che ci tocca e facciamo buon viso. Però Berlusconi si sta muovendo bene, non so perchè, se intimamente colpito dal dramma o solo per populismo mediatico, ma quello che conta veramente è che i primi passi sono stati validi e positivi. A me tanto basta.
Il G8 a L'Aquila può essere un evento mediaticamente importante per mettere sotto gli occhi di tutti il dramma della mia città e dare un concreto supporto internazionale alla ricostruzione.
L'Aquila fu fondata da Federico II sulla pianta di Gerusalemme, perchè doveva diventare l'alternativa  alla Roma corrotta dei primi secoli dopo l'anno Mille. A L'Aquila fu eletto Papa "colui che fece il gran rifiuto", quel Pietro da Morrone che prese il nome di Celestino V. L'Aquila fu la città dei templari, l'alternativa dei monaci guerrieri alle congiure di palazzo di Roma. A L'Aquila tutti gli anni viene celebrato il perdono di tutti i peccati (indulgenza plenaria), a Roma solo ogni 25 anni.
L'Aquila fu già distrutta da un terremoto nel 1703. L'Aquila risorse e tornò ad essere la seconda città del Regno di Napoli.
L'Aquila fu città di carbonari e di sanfedisti, Di "illuminati" e di reazionari.
L'Aquila fu guelfa e ghibellina, alternativamente.
L'Aquila ospiterà il G8. Ne sono felice. Spero si faccia sotto una tenda.




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9 aprile 2009

L'Aquila bella me....



Qualche post fa ho pubblicato un articolo di Bruno Vespa su L'Aquila. Chissà se era premonitore.... ma oggi L'Aquila, la mia bella città, non c'è più.
Non ci sono più i vicoli, i bei palazzi settecenteschi, le basiliche medievali; non ci sono più le strade, le case, i bei palazzi moderni della periferia; non ci sono più tanti amici, parenti, conoscenti.... ma soprattutto non c'è più la speranza.
Il terremoto ha distrutto tutto, in trenta interminabili secondi, ha messo in ginocchio ottocento anni di storia.
Ma tra tutto quello che mi brucia di più è l'immagine di un ospedale costruito qualche anno fa e completamente inagibile.
Chi ha costruito l'Ospedale è la
Impregilo spa del gruppo Benetton e Fiat e altri. La Impregilo ha vinto una serie di appalti in Italia, tra cui lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e la TAV con aumento ei costi vertiginosi nel corso degli anni.
Dovunque presente ha ottenuto denunce per violazioni relative alla salute dei lavoratori e a danni ambientali.
Ma anche i costruttori locali, questa specie di casta Brahmana, che fino a ieri giravano in città sulle loro ricche automobili....
Case costruite con parametri antisismici venute giù come castelli i carta.
Chi ha costruito questo dovrà pagare tutto, dovrà pagare caro.

L'Aquila bella me, ju corsu pure lu te,
che è pieno popolatu de quatrane.....
se vuoi venì con me, ti porto a fa vedè
come  sono bianche e rosce le aquilane.....




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23 marzo 2009

GFF, AN e i colonnelli....

Ieri, mentre guardavo su SKY24 l'intervento di GFF, immaginavo i pensieri dei suoi colonnelli, tutti schierati sul palco, sorrisi stereotipati, applausi da congresso del PCUS....
Pensieri tristi.... di gente che tutto sommato ha fatto la militanza e che oggi vede tutto questo sparire, annacquarsi in una nuova entità politica che, parole di GFF, non sarà di destra....
E si staranno chiedendo se hanno fatto bene a delegare tutto a GFF, se tutto questo poi sia veramente servito, se dalla Casa del Padre ora si vada veramente alla Villa del padrone....
E saranno passati nella testa di Alemanno i giorni felici dei Campi Hobbit e quelli tristi e tragici della morte di Paolo Di Nella... quanto sarà bruciata sulla pella quella croce celtica che ancora (forse, chissà) porta al collo...
E a La Russa, a Mattioli, a Gasparri......?? E a Giorgia Meloni e ai suoi giovani? Quanti tristi pensieri di chi doveva essere la locomotiva della nostra identità e ora annacqua tutto nel brodo del padrone, dove vi sguazzano personaggi così lontani da essere quasi avversari.....
Sarà per questo che quando GFF cita senza saperlo Ezra Pound (per lui era solo uno slogan degli anni 70), i colonnelli si sono alzati in piedi in un applauso questa volta vero... sentito... identitario....
GFF divenne di destra vedendo al cinema Berretti Verdi. Qualche anno fa qualcuno lo vide uscire da un cinema di periferia dove proiettavano I segreti di Brokeback mountains......




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16 marzo 2009

Camerieri, oche e giullari di corte.....

Come qualche volta succede, pubblico un bell'articolo di Francesco Mancinelli scritto per il blog di Miro Renzaglia, sulle vicende sempre più tragi-comiche di AN:


Finalmente, tra le pieghe del “nulla-pensiero”, sta lentamente emergendo qualche spunto. Il problema, ovviamente, non sembra riguardare ad esempio la radice storica della destra nazionale di Gasparri-La Russa-Matteoli-Urso, gli eredi legittimi di Tatarella per capirci, che sono stati da sempre più filo-berlusconiani dello stesso Berlusconi ; né credo riguardi il neo-sinistro radical-debole Gianfranco Fini ( il cameriere, eterno secondo del Cavaliere), che ormai cerca addirittura di smarcarsi in termini di immagine dai suoi supporters - colonelli storici, da sempre fedeli alla linea. A Fini cominciano a pesare troppo spesso i richiami del suo mentore-datore di lavoro, un datore di lavoro che rimane eternamente troppo primo . E non è detto che il cameriere questa volta non dia un colpo di coda al congresso stesso.

Ma il problema dell’identità riguarda ancora una volta “gli ibridi”, i cosidetti destro-sociali, i perenni sostenitori di improbabili terze e quarte vie, gli acrobati mirabolanti di immaginari mai veramente perseguiti con chiarezza, i veri eredi ideologici della nuova destra rautiana. Gli ibridi che cercano una ipotesi di sopravvivenza tra le variabili ormai uniche ed incolori della liberal-famiglia azzura (Mediaset) .

Avevano inventato, nel lontano 1995-1996, la formula tutta ambigua ed inesistente sul piano storico di “destra sociale” (la destra storica sappiamo che in Italia è stata anti-sociale anche durante il fascismo) ed avevano sviluppato una corrente di pressione interna ad AN sostenuta dal duo Storax-Alemanno. Via via, avevano subito accelerazioni sempre più conformi ed entriste, in cambio di posti certi nell’apparato, stipendi, marchette, commisioni, presidenze, in modo che la destra sociale, come componente ” identitaria ” fosse sempre ben assortita et visibile. Insomma un percorso da corrente democristiana con tutti i crismi, ma con l’avvedutezza di conservare un propria “originalità leggermente differenziata”.

Ovviamente non si capisce bene se, l’agitarsi di questi giorni pre-congressuali, siano solo piccole manovre di assestamento dentro l’apparato di An prima del grande salto. An, come sappiamo, sarà inglobata in un contenitore/apparato ancora più ampio (di almeno due terzi …); oppure è ancora una volta il pallido tentativo mirabolante di definire un piccolo piccolo piccolo perimetro “identitario” per non affondare definitivamente nel grande nulla? Insomma, sembra che oggi “dire qualcosa anche di destra-sociale sia diventato estremamente difficile”.
“Pdl: la forza delle identità”, in un convegno a Milano; una intervista al “Tempo” di G. Alemanno sui ” temi identitari “; un convegno di geopolitica in Campidoglio sul tema “Esiste l’Italia ? Dipende da Noi !!!”; aree identitarie giovanili varie che si agitano qua e là. Insomma: ” l’identitarismo” abbonda, sì… sì… abbonda, anche se non si capisce bene cosa sia.

Ancora una volta si cerca di legare insieme la tradizione cattolica ed antifascista di De Gasperi e Sturzo, al percorso neo-conservatore europeo, con qualche coloritura di dottrina sociale della Chiesa, un pizzico di federalismo tardo-giobertiano per non dispiacere alla Lega (pur rinunciando mal-volentieri ad un Papa Re); spicchi di associazionismo volontarista per dialogare con il centro-sinistra, un anticomunismo fuori tempo massimo con sfumature libertarie, molto meno efficace di quello di Berlusconi e dei coatti di strada e, infine, piccoli accenni al tema della patria ed al tema dell’ Italia come nazione ormai redenta e bonificata dal “male assoluto del totalitarismo fascista”. In politica estera, sempre fedeltà fino alla morte agli Usa ed al modello occidentale , soprattutto una amicizia ormai incontrastata con Israele (Alemanno praticamente vive con un Tutor personale, alto dirigente della comunità ebraica romana…) e, soprattutto, tanto tanto ottimismo a go go. Questo dovrebbe essere lo spaccato post-moderno dell’identitarismo.
Insomma: un equilibrismo di perfetta debolezza tra massima scaltrezza/sicurezza, capace di far conciliare tutto e tutti e senza dire niente di più di quello che ”deve e/o non deve esser detto”. A commento di ciò, mi viene da dire: un po’ pochino per gli eredi delle “Idee che mossero il mondo” e della “Nuova destra”.
Eh, già: il paradosso è che tra “gli identitari” ci sono i discendenti diretti di forze numinose ed arcigne ben ideologizzate (qualcuno si vada a rileggere ad e. il testo Le radici ed il progetto, Ed. settimo sigillo 1989). Tra loro si nascondono pezzi importanti di destra radicale, di movimentismo e spontaneismo giovanile ed antagonista degli anni ‘70 ed ‘80. Nuovi destri che volevano mutare i destini metapolitici del mondo, il linguaggio, la comunicazione, la collocazione politica (c’era pure chi si definiva fascista di sinistra). Insomma, gli eredi di un bel sogno rivoluzionario ormai completamente riadattato all’arte sottile del possibile, ai posti lottizzati dell’apparato di partito e, infine, al grande fratello Mediaset.

La sfida dentro il PdL per loro sarà immane (ma devo dire che lo era anche ai tempi del Duce Almirante che li lasciava senza stipendio e poltrone!!!) ; è immane perché dall’altra parte nel PdL non c’è un apparato di piccoli politici che hanno imparato ad adattarsi alla vita, ma c’è l’azienda compatta, un blocco tutto azzurro e acutamente liquefatto, inventato di sana pianta da Berlusconi-dux per azzerare le identità, tutte le identità; le oche al passo accedono ma… con il rischio di annegare.

Dentro il PDL c’è dunque Mediaset, che ha avuto addirittura l’estro e la forza di assorbire tutta la classe dirigente ex-ultrasinistra lotta-continuista, riconvertendola sostanzialmente al progetto P2. Ci sono gli ex-socialisti craxiani, molto più “accuorti” dei destro-sociali, ci sono i democristiani doc che primeggieranno sempre su dei semplici “indemocristianiti”; ci sono, infine, i conservatori storici ed i liberali.

Ora , se dentro An si era creato, perlomeno, lo spazio per far trasparire qua e là, soprattutto a livello giovanile, la pallida luce della propria debole originalità, sarà ben difficile per i neo-identitari-sociali sopravvivere in un contenitore del genere.
Il paradosso è che, crepata la sinistra a sinistra e ormai affogata la destra nella PdL, si potrebbero aprire, soprattutto in una fase di crisi come questa, spazi inverosimili, se solo coloro i quali si sono atteggiati fino a ieri a giullari e comparse di Corte (e derive nazional-populiste chiamate a raccogliere spesso le briciole di Berlusconi) sapessero costruire un serio progetto di opposizione al partito unico del 50%. Anche perché, ormai, con un blocco elettorale del 4%, sono tutti fuori anche dal finanziamento pubblico (… cioè: non ci sono più neanche briciole) . E’ da non crederci!!!! Soprattutto se si pensa al fatto che ci sta riuscendo perfino un analfabeta come Di Pietro ad intercettare il malcontento, mettendo insieme destra ed sinistra populista dai tratti elementari e fuori dal coro berlusconiano.

Intendo dire, che le cosidette forze della “destra terminale” (ribattezzate così in un sapiente documento di Gabriele Adinolfi), dovrebbero saper saggiamente cogliere l’attimo, lo sbandamento totale tra le sacche dei non-garantiti, radicarsi nel territorio, nei sindacati morenti, tra le masse con l’acqua alla gola che aumentano a vista d’occhio, cercando di ricostruire uno spazio di opposizione radicale “di tipo peronista”, e con una collocazione di immagine fresca e spregiudicata dentro lo scenario politico.
Serve ovviamente una mutazione antropologica, la scelta di un modello di lavoro organizzato per staff orizzontali, per elite manageriali, per progetti, rinunciando a capi capetti, gerarchetti, sottocultura tardo-missina di apparato; serve avanguardismo ovvero la capacità di spodestare ad esempio la morente sinistra radicale dagli spazi sociali di loro presunta esclusiva (scuola, sanità, occupazione, politica estera). Servirebbe fare, insomma, quello che il fascismo seppe fare durante una delle tante crisi liberal-democratiche.

Il cameriere Fini potrebbe rimanere presto con il culo per terra (se il PD non lo prenderà tra le sue fila) e le tenere oche aennine (destro-nazionali e/o ibride identitario-sociali) dovranno ben marciare al passo tra breve, se vorranno conservare onori e stipendi, dibattendosi in un gran contenitore molto competitivo come in una azienda.
Alle derive nazional-populiste non rimane più neanche la scelta di rimanere dei semplici giullari di briciole, cortigiani di un falso e sterile anti-comunismo di facciata (la crisi globale della finanza capitalista è ben più “comunista”, nell’essenza, di Castro e della Corea del Nord); servirebbe tornare alla svelta ad essere vere avanguardie della post-modernità e agire dentro le crisi “identitarie” con immaginari credibili forti e radicali, visto che destro-camerieri e le oche al passo, marciano verso il nulla.

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16 marzo 2009

L'Aquila


 

L'Aquila è la mia città di nascita. La città alla quale sono legato da sempre anche se la mia vita si è svolta per la maggior parte del tempo fuori di essa.
L'Aquila evoca in mericordi, sensazioni, gioie, dolori.... E' La città dove ho studiato, dove ho fatto militanza politica la prima volta, dove ho ancora gli unici veri amici.
Ho trovato questo articolo di Bruno Vespa che la racconta in maniera nuova ma reale e per questo voglio riproporvelo:

L'AQUILA "Una notte d'insonnia ghibellina..." . Sono passati quarant'anni da quando Giorgio Prosperi, critico drammatico del Tempo, cominciava così un articolo sul debutto del Teatro Stabile dell'Aquila. In una notte d'insonnia ghibellina egli pensò che la mia città sarebbe stata ideale per trasferirvi addirittura la capitale d'Italia. Una capitale a misura d'uomo, colta e raccolta, con i ministeri vicini l'uno all'altro. Una capitale all'americana, sistemata talvolta in città tanto piccole da potersene ignorare legittimamente il nome. Ma il sogno ad occhi aperti era appunto frutto dell'insonnia ribalda di un uomo di teatro. Prosperi e i suoi insigni colleghi dei maggiori quotidiani italiani erano venuti all'Aquila per la prima rappresentazione di L'uomo, la bestia e la virtù, una delle commedie meno note di Luigi Pirandello, che determinò il rilancio artistico di Achille Millo. Sarebbero poi tornati per la prima assoluta del Dio Kurt di Alberto Moravia. Furono serate memorabili. I romani hanno fama di essere pigri e di sopravvalutare enormemente le difficoltà. Allora l'autostrada non c'era (la Roma-L'Aquila sarebbe stata inaugurata nel '70) e la Salaria richiedeva tre ore di automobile. Ma a Moravia i suoi amici parlarono di un viaggio avventuroso tra i monti e poiché si era in inverno non vollero escludere l'incontro con uno dei nostri lupi che ormai vanno purtroppo scomparendo. Così lo scrittore, che era atteso per la sera, si mise in cammino presto e arrivò all'ora di pranzo, quando nessuno naturalmente lo aspettava. Gli anni Sessanta segnarono il rinascimento culturale aquilano.

Il Teatro Stabile vide i primi successi di Gigi Proietti e di Piera degli Esposti, vidi nascere l'amore prima artistico e poi sentimentale tra Paola Gassman e Ugo Pagliai, vide affermarsi registi che avrebbero poi avuto un grande ruolo nel teatro italiano come Antonio Calenda. E intanto, nel meraviglioso auditorium che tuttora è attivo in un bastione del Castello cinquecentesco spagnolo, la Società Aquilana dei Concerti dava serate memorabili con i maggiori concertisti del tempo. Nella mia prima giovinezza mi sembrava del tutto normale ascoltare ad anni alterni Arthur Runbistein e Arturo Benedetti Michelangeli. Rubinstein, che dell'Aquila era perfino cittadino onorario e ogni volta si sottoponeva pazientemente alle richiesta d'autografi di noi ragazzi, accettava di suonare al teatro comunale, più grande dell'auditorium. Benedetti Michelangeli, che aveva il suo carattere (pessimo, come ogni carattere forte), non accettò mai di muoversi dall'auditorium dotatao di una delle acustiche migliori che sia dato di rilevare nelle sale da concerto di tutto il mondo. Ricordo che quando suonò il giovanissimo Maurizio Pollini, fresco vincitore del concorso Chopin, i vecchi melomani aquilani dissero: "Questo ragazzo crescerà". Sviatoslav Richter venne quando gli fu consentito per la prima volta di lasciare l'Unione Sovietica. Ma all'ora dello spettacolo scomparve.

Il direttore artistico della Società dei Concerti, grande musicologo comunista, pensò ad un rapimento della Cia. Noi cronisti ci mettemmo a caccia del presunto scomparso e lo trovammo a duecento metri dal teatro Comunale mentre solo, fradicio di pioggia, stava ritto a rimirare il capolavoro rinascimentale della basilica di San Bernardino da Siena. NEL CASTELLO SPAGNOLO - Costruito per "reprimere l'audacia degli aquilani", che cessarono alla fine del '500 di essere ricchi e insofferenti, sono passati i maggiori concertisti internazionali. L'Aquila resta tuttora la città al mondo con il maggior tasso di consumo pro-capite di musica classica. Da quella Società dei Concerti sono nate infatti orchestre sinfoniche e da camera, conservatori e complessi d'archi. Anche se le modeste risorse finanziarie della città non le consentono più di ospitare grandissimi nomi con la frequenza di un tempo. Nei sotterranei del castello, all'inizio degli anni Sessanta, furono allestite a cura dell'allora giovanissimo Enrico Crispolti alcune delle mostre di arte contemporanea più importanti d'Europa. Lucio Fontana e Corrado Cagli (il primo vide accrescere la propria fortuna artistica, il secondo l'avrebbe perduta) fecero a L'Aquila due tra le loro primissime grandi mostre antologiche. La stessa cosa accadde per Alberto Burri. Si tenne un'antologica di René Magritte di cui era difficilissimo allora esporre tante opere insieme. Questa ansia di futuro contrastava curiosamente con il carattere degli aquilani che si crogiola nelle glorie del passato. Quando fu costruita L'Aquila era la Bolzano del regno meridionale. Città prospera e strategica, con le sue 99 chiese e piazze e fontane (numeri di relativa fantasia se fino a pochi anni fa le chiese aperte erano cinquantaquattro) si sviluppò a un ritmo oggi impensabile per quasi tutte le strutture urbane che non siano un ammasso informe di orribili palazzine popolari. Quarant'anni dopo la fondazione, la città era in grado di ospitare re e principi per l'incoronazione di papa Celestino V nella basilica di S. M. di Collemaggio, esempio superbo di romanico-gotico che da sola vale il viaggio. Si dice che tra la folla si nascondesse Dante Alighieri. IN QUEL TEMPO, si disse, L'Aquila arrivò a contare più abitanti di una Roma che attraversava il periodo di massima decadenza della propria storia. Prima della crisi secentesca seguita dall'occupazione spagnola, la mia città era riuscita ad accumulare tanti gioielli architettonici che oggi s'offrono al visitatore colto (ormai da Roma si impiega meno di un'ora di autostrada). Il terremoto del 1703 ne distrusse alcuni e ne danneggiò altri. Chiese tra le più belle (Collemaggio, San Silvestro, San Pietro) furono rappattumate all'interno da mediocri architetti tardo-barocchi. Negli anni Settanta un coraggio sovrintendente, Mario Moretti, le riportò allo splendore dovuto e per questo fu così massacrato da Bruno Zevi e da altri teorici dell'intangibilità ad ogni costo da morire di crepacuore. Non posso chiudere questo breve ritratto dell'Aquila senza parlare del Gran Sasso che la domina da levante. La mia casa paterna, pur stando nel centro cittadino, gode per intero del panorama dell'intera catena. "E' nevicato sul Gran Sasso". "Oggi il Gran Sasso è nero di nubi". Ogni mattina. per anni, mia madre m'ha svegiato col caffé, il giornale di Giorgio Prosperi sul quale cominciai a scrivere a sedici anni e le notizie sul Gran Sasso. Questa montagna meravigliosa ha dominato la mia vita. EPPURE NON posso dire di conoscerla come vorrei, e me ne rammarico. Oggi gli alberi che ci separano dalla sua vista sono cresciuti al punto da rischiarne la copertura dalle mie finestre, come è già avvenuto per il castello spagnolo. Se avete un po' di tempo andateci. Anche se le stagioni sono impazzite, si scia ancora da novembre a maggio. E d'estate vi sembrerà di stare negli altipiani del West (non a caso nel parco nazionale del gran Sasso vi girano film western)
Bruno Vespa, giornalista e scrittore


Bruno Vespa è nato a L'Aquila dove ha cominciato a sedici anni il mestiere di giornalista e a soli diciotto le collaborazioni con la Rai. Dopo la laurea in giurisprudenza (con una tesi sul diritto di cronaca), nel 1968 si è classificato al primo posto in un concorso nazionale per radiotelecronisti ed è stato assegnato al telegiornale. Dal 1990 al 1993 ha diretto il Tg1. Dal 1996 la sua trasmissione «Porta a porta» è il programma di politica, attualità e costume più seguito. Per la prima volta nella storia, vi è intervenuto un papa, Giovanni Paolo II, con una telefonata in diretta.
Due presidenti della Repubblica – Pertini nel 1979, Ciampi nel 2000 – gli hanno consegnato il Premio Saint-Vincent per la televisione. Ha scritto: E anche Leone votò Pertini (Cappelli 1978), Intervista sul socialismo in Europa (Laterza 1980) e, per Mondadori, Telecamera con vista (1993), Il cambio (1994), Il duello (1995), La svolta (1996), La sfida (1997), La corsa (1998), Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia. 1989-2000 (1999), Scontro finale (2000), La scossa (2001), Rai: la grande guerra (2002), La Grande Muraglia (2002), Il Cavaliere e il Professore (2003, Premio Bancarella 2004) e Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi (2004).




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10 marzo 2009

10 marzo



Il 10 marzo 1959 il risentimento dei tibetani, dal 1950 sotto il giogo della repressione cinese, sfociò in un’aperta rivolta popolare. L’esercito di Pechino stroncò la rivolta nel sangue: 87.000 civili tibetani furono uccisi e migliaia furono incarcerati. Il Dalai Lama fu costretto a lasciare il Tibet e chiese asilo politico in India.

Nel marzo 2008, i tibetani esasperati dai continui soprusi e dalla negazione di ogni fondamentale libertà, insorsero con una serie di manifestazioni spontanee a Lhasa e in tutto il Tibet. I cinesi risposero con la stessa brutalità: i morti furono centinaia e, a tutt’oggi, si contano oltre 8.000 arresti.

La repressione continua. Tutto il paese è nella morsa di una legge marziale di fatto. La tensione è altissima. Temendo nuove proteste in concomitanza con il duplice anniversario, le autorità cinesi hanno chiuso il paese al turismo.

ESPRIMIAMO LA NOSTRA SOLIDARIETÀ AL POPOLO TIBETANO!




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8 marzo 2009

Priscilla (per ricordare tutte le donne)


 
Priscilla è una giovanissima camerata, vent'anni o poco più, esile, bionda, occhi azzurri, una giovane donna che dimostra anche meno dei suoi anni.
Priscilla ha un ragazzo, poco più grande di lei.
Si sono conosciuti in un social forum di destra.
Lei viene da una famiglia di antifascisti, di tradizioni socialiste e anarchiche.
Lui viene da un'altra regione. La sua famiglia pratica la pastorizia. Fanno un ottimo formaggio a latte crudo. Una famiglia che alla politica ha sempre anteposto il lavoro.
Eppure tutti e due, ad un certo punto, hanno cominciato a sentirsi diversi dagli altri, dalla famiglia di origine, dagli amici di scuola. Hanno sentito nel loro profondo un richiamo che non poggiava sulle proprie esperienze. Hanno frequentato una chat di gente di destra, si sono conosciuti, si sono innamorati. Lui si è trasferito da lei, hanno trovato una casa e vivono insieme.
Lui si è adattato ad un lavoro faticoso pur di stare vicino a Priscilla e di condividere con lei la passione politica che si è tradotta in militanza.
Sono con Casapound. E anche questo è un miracolo che questa gente "differente" ha saputo compiere.
Mi fa tenerezza, Priscilla, quando con il suo sorriso ingenuo e ancora da bambina, mi porge il suo esile braccio ad afferrare il mio, grosso da omaccione, nel saluto del legionario.
Mi fa tenerezza, ma mi fa sentire più forte. Grazie Priscilla. Grazie Cesare.







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27 febbraio 2009

Signor Fini, si candidi a leader del PD....





..... e non rompa più i coglioni a noi!

Ormai non ha più nulla a che fare con la nostra Comunità. Lei è oltre, in quel limbo radical-chic che è più opposto a noi dei comunisti.
Lei è naturalmente libero di dire e fare quello che vuole, spinto dal Suo desiderio di piacere a tutti i costi per essere pronto a ricoprire cariche ancora più alte. Ma naturalmente non si può aspettare che la seguiamo. Anzi, se ne vada per la sua strada ricca di grandi soddisfazioni politiche e personali ma non pretenda altro: la nostra Comunità è rimasta ferma ai propri Valori e non è disposta a barattarli per un posto in un qualsiasi consiglio di amministrazione. Certo, qualcuno la seguirà, soprattutto quelli che si sono imbarcati quando risultò che potevate essere vincenti. Ma gli altri, quelli che hanno pianto ad Acca Larentia, quelli che si ritrovavano nelle sezioni di periferia per dare vita ad una voce differente, quelli che nelle piazze e nelle scuole ribadivano il loro diritto di esserci, qelli che non sono diventati ministri e sottosegretari perchè sanno solo lottare, e non leccare, quelli che credono ancora in una Comunità Identitaria, quelli che non vogliono il nucleare in Italia, quelli che credono che la sola economia possibile è sociale e solidale, quelli che alle banche e ai banchieri preferiscono chi lavora e produce... questi qui non saranno più con lei.
Se ne vada Fini... faccia un ultimo atto di serietà politica e di rispetto ai suoi elettori, ci lasci e vada e cercare fortuna in altri lidi che saranno pronti ad accoglierla a braccia aperte.





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10 febbraio 2009

Lettera del padre di Terry Schiavo al padre di Eluana

 



Caro Signor Englaro,

Mi presento: sono Bob Schindler, il padre di Terri (Schindler) Schiavo.
Malgrado noi veniamo da due continenti diversi con differenti culture, abbiamo molte cose in comune. Entrambi siamo padri ed entrambi abbiamo avuto dallo stesso Dio il dono dei figli. Nel mio caso tre. La nascita di Sua figlia e di mia figlia Terri non sono solo accadute, sono state un atto di Dio.
Mi ricordo di quando mia figlia Terri era bambina e di come ero orgoglioso dei commenti della gente su quanto fosse carina. Fui altrettanto orgoglioso quando fece i primi passi e disse le sue prime parole. Lo stesso orgoglio mi ha accompagnato per tutta la sua adolescenza fino a quando è diventata una persona adulta.
Entrambi abbiamo una figlia che ha sofferto gravi danni cerebrali e io so molto bene quali profondi effetti questo può causare alla persona colpita e alla sua famiglia. Entrambi abbiamo fatto esperienza della stessa disgrazia e dello stesso dolore. Tuttavia, vi è una differenza. Sua figlia è ancora viva, la mia non più. Lei ha ancora il controllo sul futuro di Eluana, io non ho potuto far nulla per Terri.
Quando mia figlia Terri subì il trauma cerebrale, le promisi che le avrei fatto avere le cure appropriate. Ho fallito. Ho combattuto senza successo i tribunali e suo marito per poter intervenire nel suo trattamento e riportarla a casa. Ciò non è accaduto e oggi io sono afflitto per il mio fallimento, perché ha portato alla sua morte.
La mia famiglia e io siamo addolorati per la perdita di Terri e io in particolare lo sono per il modo in cui lei è stata messa a morte. È morta per fame e sete.
Questo tipo di morte è crudele e barbarico. I sostenitori dell’eutanasia Le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese.
Se Lei ha intenzione di fare questo a Sua figlia, Le consiglio di prepararsi a come soffrirà. Verrà ridotta a pelle e ossa. Gli occhi usciranno dalle orbite. I suoi denti diventeranno sporgenti in un modo abnorme e i suoi zigomi si ingrandiranno. Non c’è bisogno che Le dica altro, sua figlia soffrirà in un modo incredibile.
Mia figlia sembrava un detenuto di quelli che si vedono nei documentari sui campi di sterminio nazisti. Negli ultimissimi giorni della sua vita, quando chiesi che i media potessero essere testimoni della sua morte, mi fu negato. Non voglio che nessun altro muoia in questo modo.
Dio ha dato a Lei e a me la responsabilità di insegnare principi morali ai nostri figli e di tenerli fuori dalla cattiva strada. Far morire di fame e di sete Sua figlia è lontano da ciò che Dio desidera.

Bob Schindler Sr




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10 febbraio 2009

10 FEBBRAIO: IO NON SCORDO.....

 

Nave che mi porti sulla rotta istriana,
nave quanti porti hai visto, nave italiana,
nave che attraversi il golfo di Venezia,
agile vai avanti anche solo per inerzia.
Portami veloce sulla costa polesana,
corri più in fretta corri, una volpe verso la tana,
e tu signora bella non sarai più sola:
danzeremo insieme nell'arena di Pola.
Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Istria non ti sembri strano:
anche le pietre parlano italiano,
anche le pietre parlano italiano.
Siamo nel Quarnaro e sempre più vicini
solo ci circonda la danza dei delfini.
E poi Arbe e Veglia ci guardano passare,
anche dopo cinquant'anni non si può dimenticare.
Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Dalmazia non ti sembri strano:
anche le pietre parlano italiano,
anche le pietre parlano italiano.
Nave che mi porti sulla rotta di Junger,
nave quanta gente è scappata da Fiume
pensa agli stolti che in televisione
chiamano Dubrovnik Ragusa la bella.
Ascolta in silenzio la voce delle onde
ti porterà sicura verità profonde
perché in Italia non dimentichiamo
quanto ha sofferto il popolo istriano,
perché in Italia non dimentichiamo
quanto sta soffrendo il popolo istriano.




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10 febbraio 2009

Valerio Morucci a Casapound

 http://www.mirorenzaglia.org/?p=5734

L’ Iliade raccontata da Valerio Morucci: immagini di una sera speciale a Casa Pound


” Io sono qui come Vostro nemico “. I militanti di Casa Pound applaudono. E’ quello che ci volevamo sentir dire!! Se Valerio Morucci fosse venuto come semplice amico, neutro interlocutore collaterale e/o conoscente, non avremmo saputo alla fine di cosa parlare, o forse, avremmo fatto il solito bagno auto-referenziale privo di crescita e di spessore, tipico dell’ambiente. Invece è venuto colui che ha praticato la lotta armata, praticata ai massimi livelli anche se in modo critico, dentro un evento storico centrale come il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro; colui che ha praticato la lotta armata anti-fascista e che non è immune addirittura da complicità indirette in alcuni episodi sanguinosi contro nostri giovani commilitoni.

E’ accompagnato da Ugo Maria Tassinari, il primo attento antropologo-scrittore ad avere interrogato prima e de-strutturato poi “le varie fascisterie” ; ed aver infine dimostrato con i suoi libri, che il teorema semplicistico della ” reductium ad unum” non funziona più , e tantomeno può funzionare per la contraddittorietà stessa della fenomenologia neo-fascista.

Forse se Morucci è a Casa Pound, lo dobbiamo anche un po’ al lavoro svolto in anni ed anni da U.M. Tassinari.
E’ inutile cercar di spiegare che, ancora una volta, Casa Pound merita 10 e lode in comunicazione, marketing strategico, organizzazione e linguaggio. Sui sei pianerottoli dello stabile occupato, stracolmo di vario pubblico per l’evento, i giovani ragazzi schierati su ogni piano, salutano cordialmente gli ospiti che passano, le decine di giornalisti invitati e presenti, alcuni dei quali molto conosciuti noti. Alla fine si conteranno 500 presenze più la diretta su radio bandiera nera.

E’ presente all’appuntamento anche Giampiero Mughini, che cita Berto Ricci, Cèline, Brasillach ed Evola e che con la sua innata simpatia da commedia dell’arte, mette in evidenza il clima sereno del dialogo e del confronto civile, merito a suo dire, di questa società liquefatta e post-ideologica che ha dissolto tutte le vocazioni identitarie. Per Mughini oggi non c’è più “una galera sociale” e questo rimane pur sempre “il migliore dei mondi possibili” ; e comunque sempre meglio che stare a Stalingrado . Qualcuno in platea, ridendo educatamente e sottovoce, dice di rimpiangere i carri armati russi, alle trasmissioni della Maria De Filippi e Costanzo.

Valerio Morucci esordisce nel suo intervento, centrato sul concetto del carcere come “fatto sociale” , come devianza culturale “ca(r)cerogena “, regola per eccellenza della discriminazione totalizzante ; e a tratti, nel suo intervento estremamente lento e puntuale, scandito da brevi periodi , pacato nella tonalità, sembra di sentir recitare alcuni passi centrali dell’Iliade, in cui tra nemici, entrambe comunque vinti, ci si capisce più per “sensibilità” che per ideologia. L’aver partecipato all’ultima spezzone di una guerra ideologica, una delle tante del novecento, ad una guerra probabilmente sporca ed etero-diretta da altri e per altri fini, fa ragionare chiunque sui fondamenti sacri della guerra tradizionale, dove gli Uomini sono il semplice prolungamento cosciente e rituale dello scontro celeste, ed il rispetto per il nemico è rispetto per gli Dei .

«La guerra , proclama Morucci , ha delle regole, che se infrante finiscono per far soccombere il senso del tutto ; è il momento in cui non si riconosce più nell’altro, l’identità umana: si arriva così alla pulizia etnica. Allora non è più guerra, ma è annientamento razzistico è dissoluzione totale dell’umano … ». Se il nemico esiste è intanto “persona”. In questo errore di non capire che il nemico è persona ed ha diritto di replica, chi più e chi meno, ci siamo caduti tutti.

Gli “anti”, prosegue Morucci , hanno la stessa semplicistica innocenza dei cannibali che sbranano il nemico: ma non hanno la personalità dignitosa dei cannabili, che riconoscono sempre il valore del proprio nemico, e ne mangiano il fegato solo per prendergli la forza. Gli ” anti ” , non concepiscono il nemico, lo abbattono senza porsi il significato dell’atto. Il nemico per loro, semplicemente non-esiste.
Prosegue Morucci : «…Io sono qui tra Voi come un “discriminato tra i discriminati” a cui non è stata data la facoltà di presentare un libro all’università della Sapienza, perché sono un ex-terrorista, perché sono un assassino e/o complice di assassini, quindi senza “advocatio ad popolum”, stretto nella categoria tutta borghese, per cui solo la ” pena ” è il destino eterno ed incommensurabile che spetta al reo». Basta leggere tra le righe il significato del termine pena e/o penitenziario (entrambe sinonimi di prolungamento necessario del dolore).

Giustamente Morucci mette in evidenza come oggi, non esiste più l’università vissuta come ricerca del reale, come crescita, come confronto sociale , come trasgressione per ridisegnare il futuro; non c’è più nell’università il significato del “diritto di asilo” , lo stesso che aveva chi saliva sui gradini inviolabili della Chiesa, dove nessuno nemmeno lo Stato poteva arrivare. C’è da dire che, l’università che oggi ha respinto Valerio Morucci è la stessa che ha negato l’accesso a Papa Ratzinger, e respinge anche i ragazzi del Blocco Studentesco che vogliono superari gli steccati ideologici, ed è una università fatta per lo più da luoghi comuni , banali , piuttosto deboli.
E poi , questa “etichetta” di non-desiderabili , pende ormai su tutta la generazione terribile degli anni 70'; è un cult condiviso, facciamocene tutti una ragione: ne sono esclusi ovviamente i re-integrati, i bio-degradabli, i pentiti di ogni fede ed ideologia , insomma coloro al soldo della redazione/redenzione Mediaset;

E se il giornalista Angelo Mellone, uno che crede sicuramente a questa “redenzione/redazione” (ed al tema tutto di destra della sicurezza in cambio di una cospicua limitazione delle libertà) , ha sostenuto di sentirsi estremamente fortunato di non appartenere antro-policamente agli anni 70' (perchè anni brutti in bianco e nero); è stato tuttavia impossibile da parte dello stesso Morucci rispondergli , che solo dal bianco e dal nero, e quindi dalla “tragicità” dello scontro dei due colori assoluti ed in cui tutti i colori sono ricompresi, nasce la poesia, la sensibilità, ed infine la comprensione; sarebbe stato interessante domandare a Mellone, quale cultura invece nascerà da questi primi anni del terzo millennio, così straordinariamente colorati e patinati da cosce, veline, e reality show, privi di qualsiasi spessore e contenuto. Forse un giorno ci ricorderemo “della redenzione” dal “nulla”.

Qualcuno ha poi provato ad accennare a Valerio Morucci che nella dimensione meta-politica più profonda ed intelligente della destra radicale, domina da sempre il “senso sereno del tragico” che Lui stesso ha declamato nel suo speciale intervento; tra noi , (… a Casa Pound, tra i ragazzi del Blocco Studentesco) è stata rimossa da tempo la nozione stessa di “nemico assoluto”; anche perché se è tutto temporaneo e ciclico ed in mano al divenire, non esiste un male e/o un nemico assoluto ed atemporale .

Qualcuno ha provato anche a chiedere a Valerio Morucci come mai Mario Tuti, che scrive sceneggiature teatrali, non viene mai invitato a parlare al Leoncavallo , e come mai Pierluigi Concutelli è tornato in galera per tre grammi di fumo, e nonostante l’ ictus rimane nel suo infinito internamento ; perchè “l’Uomo Nero” non ha scena, non ha mai diritto di parola tra i centri sociali romani della sinistra radicale, tra quei giovani incattiviti, da un anti-fascismo mili-tonto ormai fuori tempo massimo ?

Ma lui non deborda dal tema ; per oggi ” risponderà solo per se stesso ” ; è a Casa Pound, in sua assoluta ed esclusiva rappresentanza, e nessun altro può rappresentare al di fuori di sè. Lui non risponde né per altro né per altri. Quindi rimangono anche prive di risposte la domanda di Marco, che vide morire dissanguato accanto accanto a lui Mario Zicchieri , e la domanda ancora più “intrigante” di un vecchio veterano dell’estrema sinistra romana sulla “Sfinge” Mario Moretti e sulla probabile infiltrazione dentro le BR del “Think Tank” israeliano di fine anni 70'.

Ma non era questo lo scopo della serata. E non era certo Valerio Morucci che poteva rispondere a tutte le domande.
Possiamo serenamente dire, che se Valerio Morucci è oggi lì a Casa Pound , ed è lì soprattutto a parlarci come nemico, prima o poi anche Tuti e Concutelli , anch’essi figli di quel “dio minore”, salvaguardato pur sempre da Omero nell’Iliade, anche queste due “persone” che hanno pagato duramente per loro scelte estreme e surreali, avranno da qualche parte facoltà di parola

E con la certezza che la pioggia, ogni pioggia, da questa sera, sarà finalmente per tutti più lieve.

Francesco Mancinelli




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10 febbraio 2009

Ciao Eluana

L'hanno uccisa alla fine. Improvvisamente. Con una accelerazione perlomeno sospetta del decorso naturale, Eluana è tornata alla Casa del Padre.
Non tocca a me identificarel e responsabilità. Tutti sappiamo quello che è successo negli ultimi giorni e tutti siamo in grado di capire chi ha voluto che quello che è successo accadesse, alla fine.
Una giovane donna che aprivi gli occhi al mattino e li chiudeva alla sera, che aveva il normale ciclo dell'ovulazione, che respirava autonomamente, ma che era affetta da una grave diminutio delle sue capacità,  è stata fatta morire, probabilmente, visti i tempi,  non solo di fame e di sete.
L'atteggiamento del presidente della Camera, anche dopo il decesso, non lascia dubbi: Gianfranco Fini non ha più nulla a che vedere con il nostro mondo: se ne vada tranquillamente dove crede, tra i radicali o i lib-lab, ma ci lasci in pace.
La morte di Eluana almeno un po' di chiarezza ce l'ha portata. Troppo poco per morire.




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9 febbraio 2009

Paolo Di Nella, l'ultimo caduto




ll nove febbraio del 1983 moriva in ospedale il camerata Paolo Di Nella. Dopo una lunga settimana di agonia si spegneva l'ultima vittima degli anni di piombo.
Paolo, quel due febbraio,  stava attaccando dei manifesti per restituire alla cittadinaza romana il parco di Villa Chigi,per renderlo quindi fruibile da tutti. Una sprangata in testa lo fermò. Al suo capezzale venne anche l'allora presidente Pertini, in un gesto di cui gli saremo sempre riconoscenti.
Ciao Paolo, oggi avresti quarant'anni e saresti accanto a noi, ancora, per lottare, per pretendere un mondo migliore. 
PRESENTE!!!  

No, non importa morire a vent'anni!

No, non importa finire in galera!

In questo mondo fatto d'inganni

noi vinceremo e sarà primavera,

sarà primavera per te che sei caduto,

per te fratello che mai hai ceduto,

per chi in tanti anni è rimasto fedele,

per chi la tua memoria mai tradirà.









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